Installazione sonora Lapidario del Duomo - testi drammaturgici di Fabrizio Sinisi
ANTIPODI
In un punto remoto del pianeta,
nei pavimenti sotto i vostri piedi
viviamo noi, che siamo di altra razza:
le creature del sotto. È noto infatti
che ogni essere umano sulla terra
possiede un suo doppio speculare
che dentro le viscere del mondo,
coi piedi piantati contro i suoi
compie una vita analoga e contraria.
Eppure vi sentiamo, fratelli,
al di là del muro della crosta,
che vi affannate nel mondo di sopra.
Non ci vedete mai, se non talvolta
quando sorgono le alte stelle nere –
o in certe fosse e luoghi sotto terra.
Non possiamo incontrarci. Tuttavia
a volte ci sogniamo: in certe notti
come le ombre sognano
i corpi a cui appartengono.
Oppure ci vediamo qualche volta
per un solo momento, come questo –
riflessi nello stesso specchio d’acqua,
attratti in una trappola del buio.
Così mi vide l’anonimo scultore
in uno dei suoi sogni troppo vivi.
E perché non scappassi più nell’ombra
mi catturò qui, dentro questa roccia.
Ombre gli uni degli altri siamo noi –
vostri miraggi e vostri contrappesi:
fratelli gemelli, fardelli e carcerieri:
l’amore più dolente e il peggior mostro.
Lo scultore mi ha incatenato qui,
condannato a una pietra e a questa voce.
Fermati qui, e non andare avanti.
ERMAFRODITO
Guarda: sono una meraviglia,
io sono lo scandalo del mio tempo!
Vedi che ti si aprono davanti
mostruose per l’ignaro pellegrino
le gambe vergognose dell’assurdo:
lo scultore sfacciato e cattivo,
lo scultore pazzo e spudorato
fermò il prodigio dentro questa roccia.
Volle che il sesso mio fosse un divieto,
un allarme a guardia dell’entrata –
il sesso mio magnifico e chiassoso,
il sesso mio eretico e plurale,
il sesso mio fuggito dal binario,
il sesso mio ambiguo e misterioso,
il sesso mio diverso e artificiale,
il sesso mio ciclopico e dolcissimo,
il sesso mio turpe e straordinario,
il sesso mio odiato dai censori,
il sesso mio sognato dagli attori –
il sesso mio che vuole ed è voluto,
il sesso mio che insieme prende e dà,
il sesso mio unico e duplice,
il sesso mio inguardabile e osceno.
Sopra di me un dio ha messo un divieto:
che lo si guardi, ma solo nel buio.
Voi mi pensate mostro ma io sono
l’essere più antico e il più futuro:
il frutto più strano del creato.
Lo scultore mi ha incatenato qui,
condannato a una pietra e a questa voce.
Fermati adesso, e non andare avanti.
FANCIULLA CON TRE BRACCIA
Una scia che riga il cielo in alto:
la stella cadente della morte.
Poi l’esplosione: il fungo mostruoso
di luce nera, e il rombo profondissimo
che spacca la terra e l’ultrasuono –
il fischio che mi resta nelle orecchie
e dura tuttora mentre si riversa
l’onda rovente delle radiazioni
e il fuoco invisibile biscotta i palazzi,
corrode le ossa, infetta la terra.
Nacque così, in un’era
passata o futura non ricordo,
l’essere difforme che io sono:
il lavorìo osceno del plutonio,
il marcio dell’uranio sulla pelle.
Nuovi arti ci sono spuntati sulla schiena,
inutili braccia e nuove bocche
per continuare a scrivere e a dire
quello che mille volte già fu detto
e altrettante non venne ascoltato:
verrà la fine, e siete voi a portarla.
Lo dissi allo scultore, e lui volle
che all’infinito qui lo ripetessi:
non sono io con le tre braccia il mostro,
ma quello con le mani velenose
che mi sta davanti e che mi fissa:
questo dice il messaggio
racchiuso nel cartiglio.
Ecco la profezia che infutura il passato:
un sole malvagio e artificiale
si gonfierà come un tumore infetto
e scioglierà ciò che resta del mondo.
Non resterà più niente eccetto noi:
i figli del dopo, i mostri del poi.
Lo scultore mi ha incatenata qui,
condannata a una pietra e a questa voce.
Fermati adesso, e non andare avanti.
GRANDE FANCIULLA
A chi mi vede qui come un fantasma
rinchiuso in una pietra dico solo
che ciò che mi distrusse fu l’amore.
Sono qui prigioniera dell’amore:
di troppo amore ho amato lo scultore,
nel cuore l’ho toccato troppo a fondo,
e lui, perduto, per non dover vedere
il suo amore riflesso nel mio amore
mi ha inchiodata dentro questa pietra
sdraiata come fui l’ultima notte,
ficcata nella mia lamentazione.
Di lui vorrei parlare ma non parlo:
l’amore mi ha strappato le parole.
Lo scultore non vuole che dica
di come l’amore ci ha travolti
e qui in diverse pietre intrappolati,
io alla mia condanna e lui alla sua.
Così io eterna amante dell’amore
sono qui prigioniera dell’amore
e amo più di quanto amassi allora:
io sono innamorata dell’amore,
non smetto mai di amare ciò che amo.
Per amori così non c’è salvezza
ma solo il lontanissimo ricordo
di aver troppo perduto e troppo amato
come una pietra degli abissi
che rimpianga il sole, e mai non smette
di sognare la luce.
Quello che vedi qui non è uno spettro:
sono la troppa vita, il troppo ardore;
sono la notte, sono il mostro d’amore.
Lo scultore mi ha incatenata qui,
condannata a una pietra e a questa voce:
fermati adesso, e non andare avanti.
ITTIOFAGO
Dicono che io vivessi in India,
tra fiumi, stagni e in luoghi paludosi,
col petto nudo e coperto di pelo,
nascosto fra le canne e l’erba alta
a cercare una preda da mangiare:
uomo, donna o cavallo, non importa.
Ma non è vero niente: io ero un uomo,
simile in tutto agli altri e anzi migliore,
ma una maledizione radioattiva
mi ha stravolto la faccia in un mutante,
una cosa mostruosa e rivoltante,
con altra natura e altri appetiti.
Avvelenato dalle radiazioni
lasciai la casa e me ne andai da solo:
crocchiando il passo lento sopra i vetri.
Mi nascosi fuori, tra i pantani,
lontano dagli occhi degli umani
per orrore e vergogna del mio aspetto.
Cercai l’acqua pura per mangiare
i pesci che guizzano alla riva:
ma tutto qui è velenoso e nero,
l’acqua lorda e piena di tossine.
Tormentato dai ratti e dalla fame
tornai di notte verso la città
in cerca della donna che amai un giorno.
E mi fermai sotto la sua finestra
come un cane che abbaia alla luna:
ma la mia donna si affacciò e mi vide –
su di me posò gli occhi con disgusto,
e un grido di orrore uscì dal petto:
via da me questa cosa oscena –
prima era l’amore e adesso è un mostro!
Mi voltai e scappai, mi rifugiai nel buio,
uscendo la notte e vagando sempre
nelle cantine o a fianco dei mercati
nelle ore più segrete della notte,
col muso dentro i mucchi d’immondizia
cercando sempre un pesce da mangiare.
Una notte mi vide lo scultore:
insonne percorreva queste vie
ignote a tutti tranne che a noi due.
E forse fu l’orrore o fu la pena
che lo spinse a fissarmi in questo pasto,
col pesce in bocca e la donna alle spalle,
così che terra e cielo abbrividissero
e tutti proclamassero al vedermi:
vedete qui il più misero dei mostri,
prima era un uomo, e poi per causa nostra
divenne un aborto di palude.
Lo scultore mi ha incatenato qui,
condannato a una pietra e a questa voce:
fermati adesso, e non andare avanti.
PSILLO
Silenzio – si avvicina l’animale,
si acquatta e striscia in cerca della preda.
Fermi tutti, che si blocchi il tempo:
il bambino che strangola il mostro
che si dibatte e cerca di azzannarlo,
come il serpente preso per il collo
si contorce e si scuote e s’avventa.
Dicono alcuni che noi siamo solo
le pallide figure di una storia:
simbologie, metafore invecchiate
dell’anima bella e del demonio,
la rissa del bene contro il male.
Stentano a credere, gli scettici dell’oggi,
che ciò che voi chiamate allegoria
avvenne un tempo, avvenne realmente
in un lontano evo senza storia,
quando per le vie di Modena selvaggi
rettili orrendi apparvero, e draghi
con la bocca impastata di sangue
pronti a scannare e divorare i vivi
che se ne stanno chiusi nelle case.
Ma io sapevo che la bestia oscena
per qualche sua ragione ignota a noi
assale solo chi porta un vestito,
come fa il toro con il drappo rosso –
ma esita davanti a un uomo nudo.
Così l’ho affrontato col mio corpo,
nudo come se fosse il primo giorno,
senza alcuna traccia di vergogna.
Mi corre incontro ma gli afferro il collo
e lo rovescio come si fa coi polli.
E lo scultore vide questa scena
come tutti, dietro una finestra:
ci folgorò in questa zuffa oscena.
Da quel giorno lontano noi lottiamo,
neanche per un istante abbiamo smesso,
e mai ci fu sciolto questo interrogativo:
chi di noi due è il mostro,
chi di noi due il prodigio?
Il drago accecante, o il bimbo che lo uccide?
È questa la domanda senza uscita.
Lo scultore ci ha incatenati qui,
condannati a una pietra e a questa voce:
fermati adesso, e non andare avanti.
SIRENA
Ascolta: il mio canto penetra dappertutto.
Ogni volta che l’ignaro pellegrino
passava ignaro presso la mia tana
la mia voce dolcissima colpiva:
un ultrasuono, una luce nel mare,
un richiamo potente e irresistibile
come per il bambino
il canto della madre.
E non c’erano corde o albero maestro,
non c’erano mogli, figli o amori
che l’uomo non lasciasse nella furia
di precipitarsi e unirsi a me,
e farsi tutt’uno col mio corpo:
conoscere il mio canto da vicino.
Ma lui, lo scultore, lui non cadde:
il mio canto gli spezzò il primo passo,
poi mi raggiunse e si fermò con me.
Mi disse cose che non posso ridire.
E mi parlò del tempo della fine,
del passato del mondo e del futuro,
e di come passato e futuro siano uno
quando li guardi come lui li guarda,
nella luce del fuoco del giudizio,
quando la salvezza verrà squillando,
e annienterà le cose della notte,
spazzerà via i mostri più feroci.
Ascolta: ti canto la vertigine del mare
che gonfia e monta e sommerge le coste,
e il sole come immensa supernova
che avanti negli evi che verranno
brucerà la terra senza umani.
Io taccio e lo rimango ad ascoltare.
Ora la mia canzone è tutta pietra –
il raspare dei passi del viandante,
la mano che si allunga furtiva,
il singulto strozzato, la parola non detta,
un amore segreto qui nel buio.
Suona il mio canto come una nostalgia,
una nenia che viene dal passato
e al passato ritorna, come un vecchio
che sogna i corpi della giovinezza,
quando anche lui ardeva di passione.
Senti: il mio canto si sgola nel vuoto,
lontano dagli orecchi della gente,
troppo lontano perché qualcuno senta.
Se non per caso, il raro viaggiatore
che incorre per tranello in queste ombre.
Lo scultore mi ha incatenata qui,
condannata a una pietra e a questa voce:
fermati adesso, e non andare avanti.
UOMO DAI PIEDI ROVESCIATI
Guarda:
le sembianze che ho sono di mostro,
ma invece sono l’angelo di cui
si dice che abbia gli occhi nel passato.
Vedi: i miei piedi volgono all’indietro,
ogni mio andare è un andare inverso,
io sono un viaggiatore del rovescio.
Il mio percorso è tutto nel passato,
cammino verso ciò che sono stato.
La fine è il mio inizio, il principio è la fine.
Io vado verso il tempo, ma al contrario.
Mi disse lo scultore
una notte d’autunno come questa:
ti prego porta anche me sulla tua via.
Portami nel passato,
riportarmi le braccia di mia madre,
riportami la donna che ho perduto,
riportami il mio corpo che ho smarrito,
riportarmi i miei occhi e le mie mani,
ripercorriamo tutto, dalla fine all’inizio.
Andando indietro sarà la mia vita
come se cominciasse un’altra volta.
Un altro inizio, ma nell’altro verso,
dalla fine del mondo al suo principio.
Percorriamo a ritroso lo sfracello.
Raccoglierò uno a uno
i pezzi di me che avevo perso,
e pietra dopo pietra disferò
la cattedrale che io stesso ho eretto,
la vedrò disgregarsi come sabbia
e andrò ancora più indietro,
sino a quando non vedrò scomparire
la città stessa, fino a quando
lì dove prima c’era questa città
vedrò solo la pianura zittita,
e le paludi piene di silenzio,
liberi finalmente dalle mani dell’uomo.
Ma io gli dissi no, come lo dico a voi:
davanti alla porta del passato
c’è un altro mostro, ma di belle sembianze,
un angelo con la spada di fuoco,
che a tutti, eccetto ai mostri,
ordina il divieto:
nessuno può tornare nel passato.
Per questo lo scultore
volle fermarmi qui, così che a tutti
quelli che provano a risalire il fiume
dalla morte alla vita, dalla fine all’inizio
io facessi da monito e dicessi:
non si torna al passato,
nessun essere umano
ritorna ciò che è stato. Eccetto il mostro,
l’eterno bambino, il rinnegato.
Quello che sono io, alla roccia inchiodato –
al freddo vento, e allo sguardo vostro.
Lo scultore mi ha incatenato qui,
condannato a una pietra e a questa voce:
fermati adesso, e non andare avanti.